La camera di sangue
In questo periodo, dalle parti dove sono nata, si cercano case per le vacanze, tutte sul mare e in prossimità dei centri di diffusione delle tradizioni locali e dei prodotti gastronomici tipici. La mia famiglia si muoveva per tempo esaminando le prime offerte di stagione, le primizie, rappresentate da villette plurireferenziate, residence miniprogettati, villaggi turisti superaccessoriati, tranne l'anno in cui decise di optare per una semisperduta masseria della quale ci fornì dettagli entusiastici un nostro cugino che sa tutto, ha visto tutto, ha sperimentato tutto. Ricordo che avevo da poco terminato gli studi universitari e che quella sarebbe stata l'ultima estate trascorsa con i miei: altri desideri di libertà premevano e dovevano essere soddisfatti.
Trovare il posto non fu semplice, ma attraverso segnali di fumo e richieste oscene a occasionali passanti, giungemmo a destinazione. Bianca, immacolata di calce, la masseria si stagliava contro un cielo azzurro che emanava luce abbacinante; tutto intorno silenzio o solo voci ovattate provenienti da una vicina stalla. L'abbaio forsennato di due pastori che di maremmano avevano solo il ghigno -ché sembravano dicessero "maremma maiala" ad ogni furioso latrato- spinse alla forzata apparizione un losco figuro: pastore? contadino? mezzadro? proprietario della magione?
Il sedicente nobiluomo Tommaso di L. si presentò in tutto il suo orgoglio; strinse con calore la mano al fidanzato di mia sorella, capoclan nordico e scettico, e fece un cenno per tutti i componenti del gruppo. Don Tommaso ci introdusse nella casa, mostrandoci piccoli varchi dai quali si sconfinava in un giardino interno. Poi salimmo tre scalini e ci trovammo nella grande sala: la sorpresa ci costrinse ad un "Oh!" simultaneo, per la meravigliosa sensazione di antico e mai consumato contenuto nella stanza, dalle suppellettili, al mobilio, alle tovaglie di lino e ai panneggi inconsueti, tutti di un lindore e una raffinatezza sorprendenti.
Mano a mano che procedevamo nella visita, tutti sentivamo crescere dentro un che di frizzante ...Ma il mare? Dov'era il mare? "quot;Vossìa non si preoccupi, il mare è a meno di cinquecento metri, farete prima se imboccate quella scorciatoia" stava dicendo un placido Don Tommaso al sempre sospettoso capoclan.
La mia attenzione fu attratta da una porta, dietro la quale ci doveva essere un’altra stanza in cui il Don non ci aveva condotto. "Quella non è in affitto, lì posso entrare solo io ma tutto il resto è a Vostra disposizione."
Una strana paura precipitò su di noi, la ferma decisione di Tommaso di non mostrarci "quella camera" ci indusse a riflettere prima di decidere per la caparra. Mentre gli altri si consultavano, io mi avvicinai alla porta e con un colpetto alla maniglia riuscii a sospingere l'uscio quel tanto che mi consentì di spiare dentro. Nella penombra vidi prosciutti, salamini e salsiccie, soppressate, filari di peperoncini, fichi secchi incordonati, grappoli di pomodori appesi, scamorze cacicavallo e tanto altro: tutti volteggiavano appesi al soffitto, in una danza colesterinica ma ineffabile. Poi la scoperta.
In fondo, nell'angolo più nascosto, un grande tavolo: sopra, una serie di coltelli di tutte le misure e vari altri attrezzi di tortura; dietro, un lavandino dove ancora stavano a sgocciolare salsiccie intubate in budelli e fresche di eccidio. Cosa fare? Svelare il segreto della camera di sangue, oppure ignorare la scoperta e insistere perché il capotribù firmasse il contratto?
"La seconda che hai detto!" suggeriva il mio ingordo IO, fregandosene dell'eccessivo pannello di "bellezza" che a fine vacanza avrebbe ricoperto il mio involucro. Sapevo già che avrebbe spinto la mia povera gola a trascorrere gran parte degli assolati pomeriggi in quella stanza, per meglio compenetrarmi nella lettura dei libri di Angela Carter** che avrei portato con me.
Nessuno dei mie parenti seppe mai cosa ci fosse oltre quella porta che rimaneva chiusa a chiave, della quale però io riuscivo a impossessarmi perché avevo scoperto che Tommaso la conservava dentro un piccolo boccale riposto nella credenza.
Quando qualcuno di loro vi si avvicinava, io sentenziavo:
"Per carità, vuoi fare la fine delle mogli di Barbablù? Rispettiamo ciò che non ci é concesso svelare..."
p.s. Per i curiosi delle nostre masserie, un invito qui per una visita virtuale ad una delle più belle e particolari della Puglia.
**Angela Carter è la scrittrice che ha rivisitato, in chiave psicanalitica, le favole della nostra infanzia, tra cui Barbablù a cui dette il titolo "La camera di sangue".